Filosofia e Vangelo · 28 ottobre 2026
Il cavaliere della fede. Kierkegaard legge Abramo
Un libro che non consola
Timore e tremore (1843) è uno dei libri più inquietanti scritti su un testo biblico. Kierkegaard — firmandosi Johannes de Silentio, “Giovanni del silenzio” — prende Genesi 22, il comando a Abramo di sacrificare Isacco, e si rifiuta di addolcirlo. Non dice che Dio in fondo non lo voleva, non dice che era una prova pedagogica, non dice che Abramo sapeva come sarebbe andata. Dice: Abramo ha creduto, e nessuno può capirlo.
L’eroe tragico e il cavaliere della fede
Kierkegaard distingue due figure. L’eroe tragico — Agamennone che sacrifica Ifigenia per la flotta greca — sacrifica il particolare all’universale: una figlia per la patria. È terribile, ma comprensibile; tutti possono piangere con lui, perché la sua rinuncia ha un senso condiviso. Abramo no. Nessun universale giustifica il suo gesto; non salva nessun popolo, obbedisce solo a una voce che gli altri non odono. Dal punto di vista dell’etica è un assassino. Dal punto di vista della fede è il padre dei credenti.
Il cavaliere della fede è dunque chi compie quella che Kierkegaard chiama la sospensione teleologica dell’etica: non la negazione del bene, ma il riconoscimento che il rapporto con Dio è assoluto e non può essere ridotto a un’istanza dell’etica universale. Il singolo, davanti a Dio, è più alto dell’universale. È la frase che ha fatto di Kierkegaard il padre dell’esistenzialismo.
Il doppio movimento
Ma il tratto più profondo del libro è un altro. Kierkegaard dice che il cavaliere della fede compie due movimenti. Il primo è la rassegnazione infinita: rinuncia a Isacco, davvero, fino in fondo, senza riserve. Chiunque abbia perso qualcosa di amato può arrivare fin qui, e qui si fermano i cavalieri della rassegnazione, che vivono di nostalgia. Il secondo movimento è l’assurdo: Abramo crede che riavrà Isacco, in questa vita, in forza dell’assurdo, cioè in forza del fatto che per Dio tutto è possibile. E lo riceve. Non perché ha fatto un calcolo, ma perché ha creduto fino in fondo che Dio è Dio.
Nel Vangelo
Il doppio movimento è la struttura stessa del Vangelo. Chi perderà la propria vita la troverà: prima la rinuncia, poi il dono, e il dono non è il premio della rinuncia ma la sua forma segreta. Gli apostoli che lasciano le reti non sanno cosa riceveranno. La donna che impasta il lievito lo nasconde e lo perde di vista. Il chicco di grano muore. Ogni volta il movimento è lo stesso: lasciare tutto senza garanzie, e ricevere tutto per grazia.
Kierkegaard aveva una ragione personale per scrivere così. Aveva rotto il fidanzamento con Regine Olsen credendo che Dio glielo chiedesse, e passò il resto della vita a chiedersi se fosse stato Abramo o solo un codardo. Non seppe mai rispondersi. Timore e tremore è anche questo: la confessione che il cavaliere della fede non può essere riconosciuto dall’esterno, nemmeno da se stesso. Cammina per la strada come un esattore delle tasse, e nessuno sa che ha fatto il salto.
Che cosa ci insegna
Due cose, almeno. Che la fede non è un sistema di valori ma un rapporto con qualcuno, e per questo può chiedere ciò che nessun sistema prevede. E che la sua prova non è la rinuncia — quella la fanno anche gli stoici — ma la capacità di sperare oltre la rinuncia, di aspettare Isacco anche con il coltello in mano.
Nessuno è così grande come Abramo; chi è capace di comprenderlo? Così Johannes de Silentio, che preferì tacere.