Mistica · 28 ottobre 2026
La notte come conoscenza. Giovanni della Croce
Un poema scritto in prigione
Nel 1577 Giovanni della Croce, carmelitano riformatore insieme a Teresa d’Avila, fu rapito dai confratelli ostili alla riforma e rinchiuso per nove mesi in una cella di Toledo, senza luce, con una sola finestrella. Lì compose, a memoria, gran parte del Cantico spirituale e forse l’abbozzo della Notte oscura. La notte, per lui, non fu una metafora prima di essere un’esperienza.
Due notti
Giovanni distingue la notte del senso e la notte dello spirito. La prima è la privazione delle consolazioni sensibili: l’anima che prima gustava la preghiera non prova più nulla, e teme di aver perso Dio. La seconda, più rara e più terribile, è la privazione di ogni appoggio spirituale: anche le idee su Dio, anche la fede come la si era pensata, diventano oscure. Giovanni insiste che in entrambe Dio non si allontana; al contrario, si avvicina troppo. La luce divina è così intensa che per l’occhio dell’anima è buio, come il sole fissato direttamente.
L’immagine gli viene da Dionigi Areopagita, il padre della teologia apofatica: Dio si conosce non conoscendo, perché ogni concetto che abbiamo di lui lo riduce. La notte è allora una forma di conoscenza superiore: la fede è notte per l’intelletto, ma è l’unico mezzo proporzionato per unirsi a Dio.
Nada
Il metodo di Giovanni si riassume nella parola nada, nulla. Sul celebre disegno del Monte Carmelo, i sentieri laterali — i beni della terra e perfino i beni del cielo — portano fuori strada; il sentiero centrale è segnato da nada, nada, nada, e in cima: qui non c’è più via, perché per il giusto non c’è legge. Non è nichilismo. È la scoperta che per ricevere il Tutto bisogna smettere di stringere le parti. Chi vuole Dio e insieme qualche altra cosa, avrà quella cosa.
Il Vangelo lo dice in modo meno drammatico ma identico: vendi tutto quello che hai; chi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo. Giovanni ha solo preso Luca alla lettera.
Perché non è depressione
Vale la pena dirlo con chiarezza, perché la confusione è frequente. Giovanni dà tre segni per distinguere la notte da una semplice crisi: l’anima non trova gusto nelle cose di Dio ma nemmeno nelle creature; ha il pensiero costantemente rivolto a Dio con ansia di non servirlo bene; non riesce più a meditare con le immagini e i ragionamenti di prima. Il tratto decisivo è il secondo: la notte non spegne il desiderio di Dio, lo purifica. Chi nella notte non desidera più nulla ha bisogno di un medico; chi desidera solo Dio e non lo trova ha bisogno di pazienza.
La notte e il seme
La parabola del seme di senape, letta con Giovanni, trova la sua chiave: il seme deve stare sotto terra, al buio, per germogliare. Chi lo dissotterra ogni giorno per vedere se cresce lo uccide. La notte è il tempo in cui Dio lavora nascosto e l’anima non vede nulla, e proprio per questo non può attribuirsi nulla. Alla fine ella — l’anima del poema — esce di casa senza essere notata, e trova l’Amato.
Oh notte che guidasti, oh notte più amabile dell’aurora! Il buio di Toledo era già alba.